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Perché ci piace ‘Stranger Things’

La creatura da temere nella terza stagione di Stranger Things è un’enorme massa gelatinosa, coi tentacoli collosi e filamenti di bava fittissimi tra i denti puntuti, che striscia per le viuzze un tempo tranquille di Hawkins, qualche volta ruggendo e qualche volta lasciando dietro sé ossa e altre durezze organiche non meglio identificate. La sua dieta tipo si compone infatti dei corpi squagliati di altri esseri – siano essi topi rabbiosi o umani infetti da simil zombiaggine – e più se ne nutre, più s’ingigantisce e invigorisce.

Mostruosità a parte, Stranger Things le somiglia. Una strana creatura che tre estati fa s’è generata dai resti della fantascienza anni Ottanta e da quel momento non ha mai smesso di crescere. Perché si nutre di un sentimento pressoché inesauribile: la nostalgia. Quella intrisa di colorate memorie condivise dai suoi stessi creatori, i gemelli Matt e Ross Duffer, con una generazione – la loro – che sul finire di millennio ha vissuto la propria infanzia.

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Stranger Things dunque non si è inventata nulla. Stranger Things ha piuttosto reinventato, fagocitando con crescente ingordigia qualsiasi cosa in quel decennio (e in quelli adiacenti) sia passata più o meno orgogliosa su schermo. Poi, acquisendo la consapevolezza di estasiare assai il suo pubblico, si è risparmiata sempre meno nell’accontentarlo.

Rispetto alle due precedenti, la terza stagione appena arrivata su Netflix decolla così sulle ali dell’esagerazione. Sovrabbondanti sono le citazioni audiovisive (Vulture ha coraggiosamente provato a elencarle e tra i commenti pullulano le aggiunte), il product placement vintage, il gongolante calcare la mano sui vezzi più apprezzati della serie. Sovrabbondante è l’intreccio di stranezze da cui muovono i nuovi episodi, che sono più aggrovigliati, affollati e decisamente più splatter.

Del resto, stavolta c’era da sviare il pericolo indebolimento per ripetitività che qualcuno aveva già lamentato nel secondo capitolo. Oltre, naturalmente, al dover gestire la crescita fisiologica dei suoi giovanissimi protagonisti verso quel passaggio di vita noioso e ormone-diretto che è l’adolescenza.

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Niente più corridoi scolastici, quindi. Si riparte da un’estate di transizione – nel luglio 1985 – in cui ognuno è abbastanza indaffarato dalle proprie turbe sentimentali, adulti compresi. A distogliere Mike (Finn Wolfhard) e Undici (Millie Bobby Brown) dagli sbaciucchiamenti infiniti, Lucas (Caleb McLaughlin ) e Max (Sadie Sink) dai bisticci di coppia, Dustin (Gaten Matarazzo) dalle fallite radioconversazioni con Suzie – che ha conosciuto al campo estivo e sulla cui reale esistenza la trama si diverte a rilanciare il dubbio per l’intera stagione – e Will (Noah Schnapp) dalla solitudine dell’unico rimasto a voler ancora giocare a Dungeons & Dragons – causa tempo perso nel Sottosopra – serve allora una minaccia più grande. Il bacino del male si sposta ora nello Startcourt Mall, il centro commerciale delle meraviglie che sta ingurgitando i negozi più piccoli, l’emblema del capitalismo americano nei cui sotterranei (ironia della sorte) c’è un laboratorio russo che vuol riaprire la porta per il Sottosopra.

Da qui le puntate lanciano in gioco di tutto: spie Terminator, sindaci corrotti, sovietici che si vendono in cambio di frullati a stelle e strisce, auto (e persone) scaraventate in aria da un esercito di cattivi – tra cui anche Billy (Dacre Montgomery) – posseduti dal Mind Flayer. Per combatterli non bastano più finalmente i poteri di Undici e serve addirittura dividersi su tre fronti diversi. Il migliore – va da sé – vede riunirsi Dustin e Steve (Joe Keery), la cui chimica spassosa si amplifica con l’aggregarsi della spocchiosa Erica (Priah Ferguson) e dell’arguta Robin (Maya Hawke).  

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Se c’è infatti una cosa che è fratelli Duffer hanno capito, è che oltre ad aprire i cassetti delle innocenti fantasie di infanzia per far brillare gli occhi di chi guarda, l’altro elemento più prezioso di cui Stranger Things si nutre sono i suoi personaggi da spin-off e le dinamiche del loro interagire. Cosicché, osservato il potere virale delle loro battute, provvedono subito ad ampliarne le linee narrative. Alla sorella cinica di Lucas è bastato scandire bene un “NERD” schifato per vedersi riservare un ruolo da protagonista, come al cospirazionista Murray (un Brett Gelman che già brillava come cognato di Fleabag) sono serviti pochi minuti di eccentrico delirare per guadagnarsi maggiore spazio.

Stranger Things è scaltra, per farla breve. Mescola omaggi a generi anche lontani, ne cura il dosaggio tragicomico e rassicura sempre con il suo trionfo spettacolare – che vale l’attesa cosparsa di ridondanze – del bene innocente dei piccoli sul male corrotto dei grandi. Perché come i suoi pochi adulti buoni, i fratelli Duffer non sembrano aver dimenticato di esser stati bambini. Nel loro ensemble corale immerso in un mondo di ricordi riprodotti con minuzia ognuno – millennial e non – può riconoscere un po’ di sé e dell’immaginario in cui è cresciuto.

Chi, affetto dal morbo dell’ormai obsoleta lunghissima serialità, si domanda scettico per quante stagioni possa ancora durare manca il punto della questione. Il motore di Stranger Things è una nostalgia confortevole e contagiosa (anche per coloro che gli anni Ottanta non li hanno vissuti), non la varietà delle avventure. Ed è davvero difficile che ci si stanchi di crogiolarcisi.

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