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Cos’ha di speciale ‘Bridgerton’

È una verità universalmente riconosciuta che più una serie tv si rende divorabile, maggiori saranno le possibilità che diventi dimenticabile. Una volta finiti gli episodi, infatti, resta il ricordo dell’abbuffata, ma non del gusto intenso di ogni singolo boccone. Secondo tale verità, Bridgerton – la prima serie prodotta da Shonda Rhimes per Netflix – avrebbe dovuto essere la serie più dimenticabile del decennio. La sua storia di romanticherie e frivolezze nella Londra di inizio Ottocento è fatta apposta per essere consumata in una notte. Eppure, a un mese esatto dal suo rilascio, se ne parla ancora come se fosse appena uscita (qualità rara in un’epoca in cui le serie si promuovono e poi si abbandonano). Perché, per merito un po’ suo e un po’ del caso, a Bridgerton è riuscita molto bene una cosa: soddisfare i bisogni dei suoi spettatori.

Per fare un riassunto minimo delle puntate precedenti, Bridgerton è una serie in costume che si è reimmaginata il mondo delle serie in costume. Siamo nel 1813 (l’anno in cui Jane Austen pubblicò Orgoglio e Pregiudizio), in un’alta società londinese dove il colore della pelle è quasi accessorio. Tant’è che Daphne Bridgerton (Phoebe Dynevor), bianchissima e in cerca di un marito, va a braccetto con il duca di Hastings (Regé-Jean Page), nero e ostinatamente scapolo. L’obiettivo è fingersi innamorati per far ingelosire i pretendenti di lei e zittire chi vorrebbe vedere sposato lui. Ma finisce che i due s’innamorano davvero e, tra un battibecco qua e un’incomprensione là, la tirano lunga per 8 episodi.

Lo spazio nel mezzo, Bridgerton lo colma con il mistero che ruota attorno a una certa Lady Whistledown, una pettegola di prim’ordine che ogni settimana pubblica un resoconto puntuale di scandali e sotterfugi aristocratici. E da scrivere ce n’è parecchio, se si considera che in quel di Bridgerton dame e messeri hanno una vivacità sessuale piuttosto incontenibile.
Bridgerton recensione
YouTube/Netflix

Ora, non bisogna dilungarsi oltre per capire come Bridgerton si sia rivelata una serie universale e assai trasversale. La sua trama è un furbo collage di generi capace di attirare spettatori anche molto diversi tra loro: gli appassionati delle storie romantiche in costume e quelli che le hanno sempre detestate perché troppo infiocchettate, mielose e soprattutto bianche. Una volta ottenuta la loro attenzione, Bridgerton si è presa cura delle loro necessità.

Innanzitutto – primo bisogno soddisfatto – Bridgerton ha dato al suo pubblico un senso di apprezzabile onestà. Al contrario di quel che accade da quando le serie tv sono diventate carta moschicida usata dai servizi streaming per acchiappare utenti, la serie non si è presentata per quello che non era. Chiunque avesse visto il trailer di Bridgerton sapeva esattamente cosa aspettarsi. Ossia, una classica serie di Shonda Rhimes (sì, l’ha creata il suo socio Chris Van Dusen, ma lo stile popolare e telenovelico l’ha imparato da lei), ma ben più viziosa e vaporosa, con una parte di fan fiction di Orgoglio e Pregiudizio, una spruzzata di Gossip Girl, e nessuna premura di nascondere il sesso dietro le porte di qualche tenuta sontuosa.

Quel che distingue Bridgerton da un qualsiasi romanzo di Jane Austen, infatti, è il sesso. La serie non finge che non esista, semplicemente perché lo si faceva anche due secoli fa. L’attrattiva di Bridgerton però non sta tanto nell’aver aggiunto al genere la lascività che gli mancava, quanto nell’aver intrecciato relazioni – secondo bisogno soddisfatto – con la lucidità di una sessuologa. (Non è un caso, se si considera che questa parte della serie è stata curata da una sex coordinator.)

Phoebe Dynevor Regé-Jean Page
YouTube/Netflix
In un’epoca in cui l’apparenza conta più dell’essere (vi rimembra qualcosa?), i personaggi di Bridgerton sanno come si sgambetta a un ballo per procacciarsi uno sposo o una sposa, ma non come si coltiva poi una relazione. Così li si vede aiutarsi l’uno con l’altro per colmare le lacune: cosa succede la prima notte di nozze, come si fa un bambino, come si procura piacere a sé stessi e agli altri (Simon lo insegna a Daphne in maniera disinteressata, ed è un raro momento di cura maschile per il piacere femminile).

Ognuno di loro intraprende un percorso di educazione sentimentale e sessuale piuttosto autentico. C’è una scena dove, scoperto che Simon le ha mentito sul fatto di non potere avere figli, Daphne lo costringe ad avere un rapporto completo. Nessuno dei due si rende del tutto conto della gravità dell’abuso, e la cosa rispecchia una realtà dove ancora oggi si fatica a capire quando e quanto ognuno di noi è abusante e abusato.

Qualcuno ha accusato Bridgerton di aver coreografato scene di sesso risibili (e un po’ lo sono), orgasmi troppo fulminei per essere probabili, e di non aver tirato fuori un cartello “STUPRO!” per avvisare gli spettatori che no, non ci si comporta così. Ma il punto è un altro: quello che Bridgerton aggiunge alle solite storie romantiche in costume non è il semplice sesso; ma l’idea che sia uno strumento per imparare a conoscere sé stessi, quello che si vuole e quello di cui si ha bisogno. Così, rispetto ai classici eroi di storie sentimentali, i suoi personaggi cambiano traguardo: non più trovarsi uno straccio di partner con cui passare la vita, ma capire prima di tutto come passarla soddisfatti, quella vita.

Tutto questo discorso, la serie lo fa con una leggerezza inebriante. Perché la notizia che si accoglie con più gaudio guardandola – terzo bisogno soddisfatto – è che Bridgerton non è pedante.

Non lo è nemmeno quando si parla di differenze razziali. Anche perché in Bridgerton le differenze razziali non esistono. O almeno, non esistono più. Solo in un breve dialogo si fa riferimento a quanto la parte di società nera abbia lottato per aprirsi varchi aristocratici; in modo così da far capire cosa ci faccia sul trono d’Inghilterra una regina nera (Charlotte III, che si dice avesse antenati neri per davvero).
Bridgerton Queen Charlotte
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Per il resto, i suoi intrecci interrazziali non suscitano scandali. Il massimo uso che si fa delle carnagioni dei personaggi è abbinarle con lo stesso gusto con cui i toni dei costumi baldanzosi si accoppiano a quelli degli arredi.

Prima ancora di Bridgerton, la critica Emily Nussbaum scrisse che Shonda Rhimes aveva capito una cosa: “Confrontare ossessivamente un personaggio nero con l’altro è un metodo che sembra più rinforzare le discriminazioni piuttosto che smascherarle”. Perciò i suoi personaggi – neri o bianchi che siano – esistono prima di tutto come persone, facendosi beffe del realismo storico, delle sofferenze, dei traumi. A questo proposito, su O Magazine, il giornale di Oprah Winfrey, la giornalista nera McKenzie Jean-Philippe ha scritto che “L’accuratezza storica non dovrebbe avere rilevanza nella fantasia. È stata una gradita boccata d’aria non dover trovarsi di fronte a un dialogo esaustivo su quanto la mia gente meriti di essere vista in una serie tv di successo”.

Visto il periodo di particolare retorica su qualsiasi discriminazione, Bridgerton ha portato leggerezza nel momento giusto. Soprattutto se a ciò si aggiunge l’oppressione della pandemia e la tristezza di un Natale (la serie è uscita il 25 dicembre), dove in molti hanno dovuto sostituire le tavolate con i parenti con una cena in solitaria davanti alla tv.

Nicola Coughlan
YouTube/Netflix
Una leggerezza – quarto e ultimo bisogno soddisfatto – che ha corso parecchio anche sulle vie della frivolezza. Bridgerton è l’equivalente di un giornale o di un profilo Instagram di gossip. Ossia, un’attività che oggi come nell’Ottocento abbiamo coltivato con piacere per due motivi: intrattiene e mette in discussione chi sembra avere più potere di noi. (Non a caso, la temutissima Lady Whistledown si rivela essere una che ai balli passa abbastanza inosservata.) E benché in pubblico si tenda a fingere disinteresse, è difficile non buttare nemmeno un occhio alle vite degli altri.

In questo periodo di piattezza sociale, Bridgerton ha dato qualcosa di cui parlare. D’altronde Shonda Rhimes è una specie di Maria De Filippi molto fantasiosa. Rende le sue serie popolari ricreando gli stessi meccanismi narrativi con cui i pettegolezzi scorrono in un qualunque paesino di provincia. Questo è il motivo per cui si sta a guardarle (almeno in partenza). Rhimes mette sempre davanti al fatto già compiuto. Prende i personaggi, li colora, li accoppia e crea storie incredibili, poi le piazza in faccia ai suoi spettatori senza dare troppe spiegazioni. Tanto, a prodigarsi per cercare spiegazioni ci pensano poi loro.

Passata l’eccitazione iniziale, Bridgerton ha provocato un continuo rimuginare sulla sua credibilità storica, la solidità del suo femminismo, la distribuzione dei ruoli in base alle percentuali di pigmento epidermico dei suoi interpreti. Un po’ come se si dovesse trovare per forza un lato serio. Un po’ come se ci si dovesse giustificare di essersi goduti per una volta (e in una notte) una serie meno sofisticata di quelle che ci si vanta di vedere. Quando in realtà – dice Fran Lebowitz – a chi ci chiede perché ci è piaciuto qualcosa, la riposta migliore e più spiazzante sarebbe “Mi sono divertito”.

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2 Comments

  1. Una recensione azzeccata di questa serie, il suo principale merito è che fa divertire , alcune volte sfiora il ridicolo ma subito te ne dimentichi, vuoi per i colori, le scenografie, le musiche, i fondoschiena maschili ( non ci sono quelli femminili perchè il pubblico è di donne ). E’ vero si è presa cura dei nostri bisogni anche se mi viene il dubbio che questi siano stati indotti…non dimentichiamo che ogni puntata è costata
    £ 5 milioni.

    1. O forse è costata 5 milioni di sterline a episodio proprio per prendersene cura come si deve… Chissà!

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