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Guardo o passo? ‘L’Alligatore’

Le cose che si vedono e i personaggi che si incontrano in L’Alligatore, si può star quasi certi che lo scrittore Massimo Carlotto li ha visti davvero. Prima di pubblicare romanzi noir, Carlotto ebbe una gioventù piuttosto avventurosa: accusato di un omicidio efferato, trascorse qualche anno da latitante in Messico e qualche altro da carcerato fino al 1993, quando gli fu concessa la grazia. Da questa esperienza Carlotto ha tratto buona parte dei suoi libri e racconti, compreso L’Alligatore, la sua saga più longeva che adesso è diventata anche una serie tv. Finalmente, ha detto lui.

L’Alligatore: guardo o passo?

Piccola postilla prima di iniziare: questo articolo si basa sui primi 4 episodi della serie

Le cose da sapere: Co-prodotta da Rai Fiction e Domenico Procacci per Fandango, la serie è diretta da Daniele Vicari (Diaz – Don’t Clean Up This Blood) ed Emanuele Scaringi (La profezia dell’armadillo). Gli episodi sono scritti da Andrea Cedrola (Una famiglia) e Laura Paolucci (Gomorra, L’amica geniale) con la collaborazione dello stesso Massimo Carlotto. Il filo continuo della serie sono poi le musiche blues, che sono di Teho Teardo (Il divo) e delle stesse band che si avvicendano negli episodi.

Dove vederla: Tutta su RaiPlay o su Rai 2 con due episodi a settimana (il mercoledì alle 21.20).

Quanto dura: 7 ore circa (8 episodi da 49-56 minuti)

Il titolo: L’Alligatore non è nient’altro che il soprannome del suo protagonista, che si muove sicuro, quatto e tranquillo per le paludi della laguna veneta. Ma è anche il simbolo della sua nuova vita anfibia – dice Rai Fiction – che tiene insieme mondi opposti: “quello nell’acqua e quello emerso, il vero e il falso delle cose, ciò che è giusto con ciò che è sbagliato, il bello con il brutto, la pace con la guerra”.

Il succo: È lo stesso dei procedurali un po’ hard boiled, di quelli cupi e con un protagonista molto rude e solitario, che si sostenta solo con alcolici potenti. Qui il tale è Marco Buratti (Matteo Martari), un ex cantante blues che – come Carlotto – ha alle spalle sette anni di duro carcere per un crimine che non ha commesso. Una volta uscito Buratti ha perso l’amore (Valeria Solarino) e la voce. Tuttavia non si reinventa scrittore, bensì investigatore un po’ particolare. L’Alligatore non ha licenza né pistola, ma un gran senso di giustizia e una rete di conoscenze criminali acquisita in prigione. Ad aiutarlo nelle indagini ci sono due tipi altrettanto singolari: il pignolo Max, detto La Memoria (Gianluca Gobbi), un ambientalista pacifista piuttosto bravo con il computer; e l’eccentrico Beniamino Rossini (Thomas Trabacchi), un contrabbandiere milanese di mezza età dotato di pochissima pazienza.

Serie simili: Rocco Schiavone è la prima serie che viene in mente per resa, personaggi e la semplicità dei gialli da risolvere. Nelle ambientazioni lagunari c’è tuttavia anche una buona dose dello squallore visto di recente in Petra. D’altronde, tutte e tre le serie hanno le stesse radici letterarie e sono italiane, sia nei pregi che nei vizi.

Com’è? L’Alligatore ha un meccanismo un po’ strano. Ogni caso – spalmato su due episodi – viene seguito con una lentezza anestetizzante, ma proprio quando dovrebbe indugiare di più, la serie accelera all’improvviso. Così il pathos si brucia e ci si perde le svolte importanti. I buchi che rimangono, la serie li riempie facendo qualche salto nel passato dell’Alligatore per mostrare cosa sia successo nei sette anni precedenti. Si parla quindi di corruzione e violenza in carcere, ma anche di logge segrete nell’alta società, narcotraffico, inquinamento ambientale. La resa non è dissimile dalla media delle ultime serie italiane procedurali: potenzialmente interessanti nelle idee ma con qualche singhiozzo di scrittura e recitazione che ne ridimensiona la qualità.

Ci sono tre valori aggiunti, però. La prima è la storia personale di Carlotto, che fa attecchire la serie alla realtà. Il secondo sono i suoi protagonisti, con Matteo Martari e Thomas Trabacchi che insieme funzionano molto bene e fanno un gran lavoro di accenti, microespressioni e disillusione. Il terzo sono le ambientazioni insolite, con i canali salmastri della laguna veneta dove si ramificano le minuscole stradine che conducono alle conoscenze losche dell’Alligatore. Con parecchia esagerazione, il regista Daniele Vicari l’ha definita “la nostra Louisiana triste”, ma l’idea si coglie.

Chi fosse preoccupato che la trasposizione abbia guastato lo spirito dei libri, dovrebbe potersi tranquillizzare. Carlotto ha spiegato che la serie non si discosta molto dai romanzi, ma è stata attualizzata e sviluppa meglio alcuni personaggi prima marginali. Tuttavia la centralità della musica blues, che secondo Carlotto è essenziale nei libri, qui si percepisce poco. C’è comunque uno sforzo evidente nello spostarsi in posti nuovi e nel curare le cose piccole, che per le produzioni della tv generalista continua a essere un passo avanti.

Cose per cui tapparsi gli occhi: Nulla di particolarmente esplicito. La carcassa di un vitello morto, qualche rigolo di sangue e una schiena nuda qua e là sono il massimo dell’azzardo.

Chi tenere d’occhio: Beniamino Rossini, ovviamente. Uno di quei criminali dall’aspetto alquanto risibile – minuto, coi baffetti tinti di mascara, zazzera lucida, e borsello a tracolla – eppure assai temuti. A lui appartiene la componente comica del racconto e anche l’unica violenta, il che spiazza un pochino. Thomas Trabacchi riesce a svilupparle entrambe in maniera efficace, aggiungendoci anche un po’ di tristezza velata. Il suo commentario in milanese dell’intera sequela di avvenimenti vale da solo la visione. Carlotto, che il vero Rossini l’ha conosciuto, ha detto in un’intervista che “in certi momenti Thomas Trabacchi me l’ha ricordato”.

Quindi? L’Alligatore si trascina qualche vizio tipico delle serie tv italiane, ed è un peccato. Soprattutto perché resta sospesa tra la possibilità di osare con la rudezza del racconto e il solito limite obsoleto di non dover sconvolgere i telespettatori. Però la serie ha belle immagini, ambientazioni nuove, e due protagonisti affascinanti e dalla lealtà rassicurante, che di questi tempi non è necessariamente una debolezza. Rientra, insomma, nello stile investigativo cupo delle ultime serie prodotte per Rai 2.

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"L'ALLIGATORE"

3.5

Guardala se
  • Hai voglia di una serie cupa, ma non troppo impegnativa
  • Vuoi rilassarti
  • Ti sono piaciute "Petra” e "Rocco Schiavone”
Passala se
  • Hai voglia di un giallo più duro e complesso
  • Le pecche recitative ti affaticano
  • Hai molto sonno

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