Serie TV

Sono tempi difficili per le serie tv

Dopo una primavera e un’estate trascorse a reinventare soluzioni per convivere con la pandemia di COVID-19, l’industria televisiva è tornata a lavorare in maniera abbastanza continuativa. Sulle principali reti la stagione autunnale è ripartita solo con qualche settimana di ritardo (le previsioni più pessimiste avevano ipotizzato gennaio 2021), e le serie tv stanno pian piano tornando in onda con i nuovi episodi. Rispetto alle supposizioni iniziali, però, la tv non ha adottato un unico modo di gestire il coronavirus. E se per certi aspetti le produzioni stanno lavorando in condizioni più vicine alla normalità di quanto si pensasse, per altri devono ancora fare i conti con parecchie incertezze. I tempi produttivi continuano infatti a essere molto elastici e i metodi variano di situazione in situazione, con conseguenze spesso visibili sui contenuti.

Le precauzioni

Quando lo scorso marzo le produzioni si bloccarono a causa del coronavirus, le diverse industrie televisive del mondo si misero al lavoro per stabilire delle linee guida che consentissero di tornare sui set quanto prima possibile. A Hollywood, ad esempio, i principali sindacati stilarono un protocollo di sicurezza che considerava ogni produzione come una specie di bolla a sé stante iperprotetta. I set colti a non rispettare il protocollo avrebbero potuto incorrere in una nuova sospensione della produzione.

Tuttavia nel corso dei mesi molte delle linee guida previste non sono state rispettate. In parte perché – ha detto Vox – alcune produzioni si riavviarono prima che il protocollo entrasse in vigore, seguendo ciascuna le proprie precauzioni. Ma soprattutto perché separare del tutto le produzioni come bolle è pressoché impossibile, se si considera che attori, produttori, sceneggiatori e macchinisti sono abituati a lavorare a più serie tv contemporaneamente.

La suddivisione per bolle è comunque rimasta una soluzione piuttosto diffusa per organizzare il lavoro all’interno delle stesse produzioni. I professionisti sono quindi divisi in zone o piccoli gruppi che lavorano a turno alla preparazione di una stessa scena. Per intenderci, i tecnici delle luci sistemano quel che devono e se ne vanno, poi subentrano gli scenografi, e così via fino all’arrivo degli attori, che girano la scena in presenza di altre poche persone.

Per il resto, i professionisti sono rimasti abbastanza liberi di muoversi da una produzione all’altra come accadeva prima della pandemia. Questo anche perché le produzioni hanno preferito basare il controllo dei contagi non tanto su rigide restrizioni, quanto sulla frequenza dei tamponi. E finora questa strategia sembra aver funzionato piuttosto bene, visto il basso numero di contagi registrato.

The West Wing speciale
YouTube/HBO Max

I costi

Proteggendo soprattutto gli attori (cioè l’unica categoria non sostituibile), gran parte delle serie tv è per ora riuscita a evitare nuovi blocchi produttivi. Tra le poche eccezioni c’è Chicago Med, che ha riscontrato diversi contagi sul set e perciò ha fermato le riprese per due settimane; The Good Doctor invece ha proseguito nonostante il ricovero dell’attore Richard Schiff.

Ad ogni modo la sospensione delle riprese è soltanto la peggiore delle tante conseguenze che l’industria televisiva sta affrontando, soprattutto a livello economico.

Le produzioni hanno dovuto creare degli appositi reparti incaricati di applicare e far rispettare tutte le precauzioni contro il coronavirus. Su ogni set, cioè, ci sono addetti che si occupano di disinfettare e sanificare dopo ogni turno, far rispettare il distanziamento sociale e svolgere altre mansioni di sicurezza in base alle diverse esigenze delle singole produzioni. Il Wall Street Journal ha calcolato che l’innesto di questi reparti costa circa 150 mila dollari in più sul budget di un episodio lungo mezz’ora; per gli episodi da un’ora la spesa raddoppia.

A questi aumenti di budget si aggiunge poi il costo dei test per il coronavirus. Per effettuare tamponi giornalieri con risultati in poche ore, i set si sono muniti di vere e proprie cliniche interne con costi elevatissimi.

Bisogna considerare infine un ulteriore aumento di budget per eventuali giorni extra di riprese. Viste la scomposizione in turni del lavoro e le frequenti procedure di sanificazione, i rallentamenti produttivi sono quasi inevitabili e richiedono altri soldi.

The Good Doctor coronavirus
YouTube/ABC

I contenuti

Se molti di questi cambiamenti dovuti alla pandemia sono avvenuti – e avvengono – dietro le quinte della produzione di serie tv, gli effetti sono comunque visibili nella struttura stessa gli episodi. A livello puramente pratico si sono già visti una riduzione del numero di comparse; un ritorno degli episodi bottiglia, girati in pochi ambienti e con pochi attori; e cambi di location. Per la serie tv Rai Leonardo, ad esempio, Lux Vide ha annullato le riprese previste a Milano (una delle città italiane più colpite dal coronavirus) e compensato la mancanza di comparse con la computer grafica.

A livello narrativo invece il cambiamento maggiore riguarda la scelta di inserire il coronavirus all’interno delle trame dei nuovi episodi. Molti sceneggiatori sono stati a lungo indecisi sul da farsi, anche per via della mancanza di esempi passati a cui fare riferimento.

L’ultimo evento di simile gravità su cui ci si pose lo stesso dubbio furono forse gli attentati dell’11 settembre 2001. Alcune serie, come West Wing, affrontarono il tema in uno o più episodi, ma non ci si preoccupò particolarmente di quelle che invece lo ignorarono. Il critico Alan Sepinwall ha scritto su Rolling Stone che gli attentati furono un evento circoscritto a una sola mattinata e a pochi luoghi; perciò gli sceneggiatori non avevano alternative molto fantasiose per parlarne, e non sarebbe sembrato strano se i personaggi non ne fossero stati coinvolti direttamente.

Il caso del coronavirus invece è piuttosto diverso. La pandemia si è propagata in tutto il mondo, dura da più di un anno e ci sono tante possibilità di raccontarla quante sono le persone che la stanno vivendo. Di conseguenza, che si decida di parlarne o meno, la situazione è così complessa che ci sono dei pro e dei contro in entrambi i casi.

Grey's Anatomy 17 coronavirus
YouTube/ABC

Le serie tv dove il coronavirus esiste

I primi tentativi di costruire episodi interi a tema coronavirus si sono visti durante la prima ondata della pandemia. Ci sono state serie tv girate interamente durante il lockdown (come Homemade e Social Distance) e le reunion speciali dei cast di alcune serie di culto (come Parks and Recreation). In quest’ultimo caso però si è trattato più di riempitivi per allietare il pubblico in un periodo in cui la televisione faticava a rilasciare contenuti con la solita regolarità.

Tra le serie tv che invece andavano già in onda, quelle che più di tutte hanno inserito il coronavirus nelle proprie storie si trovano sulle reti generaliste. Si tratta infatti di serie con stagioni molto lunghe e fortemente intrecciate alla quotidianità dei telespettatori, e quindi più abituate a seguire l’evolversi della realtà.

I medical drama come Grey’s Anatomy e The Good Doctor sono ripartiti facendo affrontare ai loro medici protagonisti l’emergenza dovuta alla COVID-19. In tutta sicurezza, peraltro, se si considera che mascherine e visiere protettive rientravano già nei loro costumi di scena. Altre serie drammatiche, come This Is Us, hanno invece raccontato gli effetti della pandemia sulle vite e le preoccupazioni dei personaggi.

Se tuttavia questo consente di intercettare lo stato emotivo del pubblico, il rischio è di sovraccaricarne le ansie in un periodo in cui si ha bisogno di evasione. Inoltre, c’è il forte pericolo di banalizzare una situazione assai grave, che ha ucciso oltre un milione di persone nel mondo e continua a farlo. “Anche se la rappresenti bene, ogni altro aspetto della serie potrebbe sembrare banale in confronto alla pandemia,” ha detto Sepinwall. Soprattutto, nel momento in cui la storia deve andare avanti e tornare gradualmente alla normalità.

Per le commedie poi la questione è ancora più delicata, benché sia un genere già abituato a far ridere su argomenti reali molto seri. La comedy di NBC Superstore, ad esempio, ha costruito la sua nuova stagione sullo sfruttamento e sui pericoli dei cosiddetti “lavoratori in prima linea”, come i commessi dei supermercati.

Superstore serie tv coronavirus
YouTube/NBC

Le serie tv dove il coronavirus non esiste

Per le trame di tante altre serie tv il coronavirus non è invece mai esistito. Si tratta perlopiù di storie ambientate nel passato oppure in mondi immaginari, che allineandosi con i tempi attuali della pandemia perderebbero di senso. (Li vedreste mai i primitivi laziali di Romulus alle prese con la COVID-19?)

In questo caso c’è una componente positiva nel proporre al pubblico un’occasione per assentarsi dalla realtà e distrarsi. Il problema però è che il concetto di normalità al momento è cambiato. Gli spettatori potrebbero quindi faticare a farsi coinvolgere da storie che raccontano un modo di vivere piuttosto diverso da quello attuale.

C’è poi anche chi, senza troppe indecisioni, ha preferito non parlare di coronavirus semplicemente perché non sapeva come farlo. È il caso di Chuck Lorre e della sua nuova serie comica B Positive, che segue un uomo in attesa di un trapianto di rene. Lorre – già creatore di The Big Bang Theory – ha detto di non averne modificato il copione poiché aveva capito che non sarebbe stato in grado di farlo in maniera adeguata.

Chi ha gestito meglio il coronavirus

La scelta di Lorre è molto indicativa del fatto che a gestire meglio i cambiamenti portati dalla pandemia siano state per ora le serie tv che andavano in onda già prima del coronavirus.

Questo perché le loro linee narrative erano già ben avviate, e quindi hanno potuto permettersi modifiche e piccole deviazioni. Per le serie tv appena ideate è molto più difficile modificare la propria premessa, poiché è ancora in fase di evoluzione. La stessa fiction medica Doc, che ha girato la seconda metà di episodi dopo la pausa forzata, avrebbe potuto inserire una parte di trama sulla COVID-19; invece ha preferito proseguire normalmente e trattare la pandemia nella seconda stagione.

Il vantaggio per le serie tv già avviate è anche organizzativo. Le produzioni più longeve e rodate si affidano infatti a una squadra di professionisti spesso affiatata e perciò abituata gestire insieme eventuali variazioni o imprevisti. “Facciamo [questa serie] da cinque anni ormai. Sappiamo quello che facciamo. Sappiamo come farlo. Il cast non ha bisogno di un gran numero di ciac o particolari attenzioni, arrivano tutti già pronti per girare,” ha spiegato Dan Fogelman, creatore di This Is Us. “Il set è un mondo nuovo, ma abbiamo trovato la nostra normalità molto rapidamente, e non abbiamo perso il nostro ritmo.”

Il discorso non vale comunque per tutte le serie già iniziate da tempo. Ci sono produzioni che sono state cancellate con l’arrivo della pandemia, nonostante stessero già lavorando alle nuove stagioni. È il caso del procedurale di ABC Stumptown e di GLOW, la serie di Netflix sul wrestling femminile. O ancora di On Becoming a God in Central Florida, che è stata cancellata da Showtime un mese dopo l’annuncio del suo rinnovo.

This Is Us Covid
YouTube/NBC

Il futuro

Se a queste serie si aggiungono anche i progetti cancellati ancora prima arrivare in tv, si capisce bene come mai il 2020 non si stato un anno molto produttivo per l’industria televisiva. Per motivi economici e organizzativi dovuti al coronavirus (si pensi solo alla difficoltà degli attori di riprogrammare i propri fitti impegni), quest’anno molte serie tv non sono riuscite ad andare in onda.

Secondo Vox il 2020 potrebbe essere il primo anno, da due decenni a questa parte, in cui è andato in onda un numero minore di serie tv sceneggiate rispetto all’anno precedente. Tra reti televisive e piattaforme, nel 2019 sui teleschermi si erano viste oltre 500 serie tv.

Questo non significa però che sia giunta la fine dell’epoca della cosiddetta “peak tv” – cioè quella che stiamo vivendo da circa vent’anni, dove non si riesce a star dietro alla gran quantità di serie tv che esce ogni settimana.

L’industria televisiva, ha detto Vox, è una macchina così grande e ben organizzata per produrre denaro, da essere in grado di reinventarsi di continuo. Cambieranno le tendenze, le idee e i metodi per produrle, forse. Ma sembra che ancora per un po’ di tempo continueremo a vedere parecchie serie tv.

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