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‘The End of the F***cking World’, l’ironico patimento dell’essere adolescenti

Come si fa a dar voce alla rabbia adolescenziale? Con ironia, per giunta? E senza incappare nell’errore di raccontarla dall’esterno, con occhi adulti? La risposta più eloquente si trova al momento su Netflix e non bisogna faticare neppure troppo per scovarla. Aggiuntasi al catalogo del servizio streaming a inizio gennaio, The End of the F***ing World è la prima sorpresa di questo 2018. In tanti ne parlano, in tanti hanno ceduto alla tentazione di vederla, trasformando in mainstream un racconto apparentemente di nicchia.

Diabolico marketing netflixiano, che l’aveva (sapientemente) presentata come l’incontro esplosivo tra due diciassettenni inglesi, alle prese con un viaggio movimentato alla ricerca di se stessi. Meglio aggiungere, giusto per dovere di cronaca, che lo strambo James è un solitario dall’autodiagnosi psicopatica, abituato a testare la propria apatia ricercando emozioni forti – tipo friggersi una mano e sacrificare animali. Alyssa è invece sboccata e provocatoria fino all’eccesso, e non si “fida di chi si adatta” alle convenzioni sociali.

Entrambi hanno qualcosa da condividere: un’estraneità al gruppo coetaneo, risentimento verso le rispettive famiglie, e l’urgenza di evadere da una realtà che non sa comprenderli. Così, quando lei propone una fuga senza ritorno, lui la segue senza obiezioni, accarezzato dall’idea di essersi imbattuto nella giusta occasione per uccidere una preda umana. Peccato però che il semplice vagabondare diventi presto un climax di peripezie criminose, e soprattutto una graduale scoperta della loro capacità di provare sentimenti.

The End of the F***ing World-recensione
Netflix
Tipica storia di moderna ribellione adolescenziale, si potrebbe concludere. Non fosse che James e Alyssa – interpretati dai mostruosi Alex Lawther e Jessica Barden – sono piuttosto due teenager fuori tempo. Non hanno uno smartphone, non sono social, sono precoci soltanto a parole. Lui scruta ossessivo la realtà senza parteciparvi, lei la rigetta rabbiosa. Riadattando l’omonimo graphic novel di Charles S. Forsman, Charlie Covell li ritrae piuttosto come il prodotto della miopia adulta. Un concentrato di paure, alle quali la serie dà voce concreta, facendo scontrare i pensieri dei due ragazzi con le brusche esternazioni dietro cui tentano di nasconderli. Intimismo che riesce bene alla serialità britannica, grazie anche alla formula dramedy, qui tuttavia scomposta. The End of the F***ing World non mescola infatti dramma e commedia, intraprendendo piuttosto un percorso di pari passo con la metamorfosi dei protagonisti.

Dalla leggerezza umoristica iniziale si giunge così a un tono più riflessivo. Senza vaneggiare sulla perdizione adolescenziale, ma guardando allo smarrimento interiore, con una scrittura dal surrealismo delicato, che esplora fluida la difficoltà (più tragi che comica) di avere un’età alla quale basta una sola incertezza per credere che il mondo sia finito.

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