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‘Bodyguard’, il prevedibile che non lascia scampo

Ad affermare con annoiata aria di sufficienza di saper già dove Bodyguard andrà parare, non si commette affatto errore (vedere alla voce trailer).

Lo dà a intendere senza preamboli il titolo, che confondendosi con il cult di inizio anni Novanta incornicia il primo squarcio di una trama intarsiata di “già visto”. Una guardia del corpo statuaria, ovvero, incaricata di proteggere una donna dal carattere ruvido. Caduta in tentazione in tre… due… uno… e tante care memorie alla buonanima di Witney Huston e al robotico – ma tenebroso – collega Kevin Costner.

Robotico pare naturalmente anche Richard Madden – sì, il Robb Stark trafitto dal sadismo del Trono di Spade, il principe in calzamaglia di Cenerentola, il Cosimo con kajal de I Medici – qui scudo umano di una glaciale Keeley Hawes. Altri due squarci di “già visto” dagli archetipi ben conosciuti. Quello cioè consumatissimo dell’agente inscalfibile nella corazza, ma tormentato nell’animo, e quello della controparte femminile con una tale ossessione per la carriera da anestetizzare ogni fibra di sentimento.

YouTube/Netflix

Tutto piuttosto monotono, fin qui. Non fosse che questo ennesimo intreccio di repulsiva attrazione non si intessa per banale scontro di personalità.

Srotolata in territorio londinese la gigantografia dell’epoca attuale, Bodyguard ne colloca le loro storie di vita agli antipodi, connettendone i piani alti e quelli più bassi. Julia Montague è un Ministro dell’Interno salviniano – ma con cognizione di causa – infermabile nel puntare alla guida del paese cavalcando la xenofoba strategia del terrore. Il sergente ed ex veterano David Budd lotta invece con un disturbo post traumatico da stress, souvenir dall’Afghanistan scagliato sulla fragile serenità del suo ormai infranto matrimonio. La tortura degli incubi di guerra non è che un “danno collaterale” della sua politica, accusa lui. “Non mi serve il suo voto. Solo la sua protezione.” lo ridimensiona lei.

Più presto di quanto ci si aspetti, però, l’impeto cieco dei loro ideali si sgretola sotto i colpi del reciproco riscoprirsi umani, vulnerabili, indifesi. Solo, senza mai ammorbidire la resina di ambiguità che li riveste.
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La scrittura di Jed Mercurio è perversa nell’avviluppare tutto in un senso del sospetto denso e appiccicoso, nel quale si rimane invischiati.

Più la minaccia terroristica avvicina le due sagome, più si indugia sul suo essere strumento affilato nelle mire nascoste del soldato ferito o della ministra ambiziosa. Il “già visto” ne fa anticipare le mosse, certo. Ma al contempo la dietrologia rapisce, gli occhi si stringono, i dubbi attanagliano.

Da thriller politico di raro pregio, Bodyguard preserva intatta la sua enigmaticità con instancabile tenacia. Dall’inizio fino alla fine, la tensione non intende allentarsi e calamita a sé lo sguardo, anche in barba alla soglia di verosimiglianza. Il che le assicura un posto tra le migliori serie tv dell’anno, spinta già dal suo biglietto da visita. Un treno in corsa e venti virtuosi minuti in ansiogena balia di un kamikaze.

Sfondo copertina: Freepik

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