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Cos’ha di speciale “Squid Game”

Capita, ogni tanto, che Netflix resti stupita dal successo di serie tv che non aveva pensato, prodotto, promosso con l’idea di farne dei grandi fenomeni globali. Di recente è accaduto con Squid Game, un thriller sudcoreano che nelle ultime due settimane ha raccolto un seguito crescente e piuttosto inatteso. Squid Game ha una formula tutt’altro che nuova: i suoi personaggi sono i concorrenti di un gioco di sopravvivenza che può far vincere parecchi soldi oppure diventare mortale. Eppure, pochi giorni dopo il suo rilascio di metà settembre, Squid Game compariva già al primo posto nella classifica dei contenuti più visti su Netflix in 90 paesi. Ed è molto probabile che a breve diventi la serie tv originale con il miglior esordio di sempre sulla piattaforma, superando successi come Bridgerton e The Witcher.

I risultati ottenuti da Squid Game sono un fatto molto insolito, per una serie non anglofona. Finora solo La casa di carta, prodotta da Netflix in Spagna, era riuscita ad attrarre spettatori di lingue e culture diverse, fidelizzarli sul lungo periodo, e trasformare i propri oggetti e costumi di scena in simboli riconoscibili anche ai consumatori meno assidui di serie tv. Come nel suo caso, anche il successo di Squid Game è stato il frutto di un fitto e rapido passaparola alimentato dai social network. Il quale, però, non è affatto inspiegabile. Alla base c’è un insieme di fattori che interseca la strategia di mercato attuata da Netflix a livello internazionale; la struttura semplice ed emozionale della serie; e le ansie che accomunano moltissimi spettatori in questo periodo socio-economico.

Squid Game Netflix recensione spiegazione
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Cos’è Squid Game, per cominciare

Tutto parte dal titolo: Squid Game in inglese significa “gioco del calamaro”. Ossia, un antico gioco piuttosto popolare tra i bambini sudcoreani (da quelle parti chiamato ojingeo), che si svolge su un’area costituita da un cerchio, un triangolo e un quadrato che visti insieme ricordano la forma di un calamaro. Le regole sono semplici: ci sono dei giocatori chiamati attaccanti, che devono raggiungere l’altro capo del perimetro di gioco; e ci sono dei giocatori chiamati difensori, che devono fermarli con qualsiasi mezzo a loro disposizione. Chi viene buttato fuori dal perimetro muore.

Il gioco del calamaro torna anche nella serie, che si struttura come una sequenza di pericolose sfide mentali e fisiche che i personaggi devono affrontare per non morire. In Occidente Squid Game è stata accostata a famose declinazioni del genere survival, come Hunger Games, Il signore delle mosche e Saw – L’enigmista. Buona parte del pubblico asiatico ha però trovato maggiori somiglianze con il film giapponese As the Gods Will – uscito nel 2014 – tanto da accusare la serie di plagio. Tuttavia il regista Hwang Dong-hyuk ha spiegato di aver iniziato a progettare e scrivere Squid Game molto prima, tra il 2008 e il 2009.

Le date non sono casuali, se si considera che Squid Game è ambientata in una Corea del Sud fortemente afflitta dalla crisi economica e dalla disparità di classe. Al centro della serie c’è un gruppo di 456 persone piene di debiti, e perciò disperate, che accettano di partecipare a un gioco sadico e sanguinoso nella speranza di vincere un lauto premio in denaro. A controllarle, in un posto segreto che sembra un’enorme scuola materna, ci sono schiere di guardie armate vestite di rosso e con il volto coperto da una maschera (un misto tra la banda della Casa di carta e i Daft Punk, ha scritto l’Atlantic per rendere l’idea), che parlano quasi solo per spiegare le regole del gioco: chi supera tutte le sfide può vincere fino a 45,6 miliardi di won (circa 33 milioni di euro), ma chi ne perde anche solo una viene freddato sul momento.

Il fatto curioso è che le sfide – in totale sei – sono semplici giochi di infanzia, dal tiro alla fune alle biglie. A renderli complicati è l’incombere concreto della morte, che annebbia la mente, affanna il respiro, e innesca strategie, alleanze, tradimenti e bugie guidati dall’istinto di sopravvivenza. Così già il primo gioco – un, due, tre stella, ma con una gigantesca bambola assassina che fa la conta – diventa una carneficina di massa che riduce il gruppo di oltre la metà. «Le Nozze Rosse [del Trono di Spade] sembrano in confronto un baby shower,» ha detto un giornalista del quotidiano australiano The Age.

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La struttura e l’estetica

Alla base dell’attrattiva di Squid Game c’è il modo in cui la serie è strutturata. I giochi proposti ai concorrenti sono semplici e universali. E benché cambino nome e piccoli dettagli a seconda della lingua e della cultura, sono immediatamente riconoscibili alla quasi totalità degli spettatori. Questo consente alla serie di non soffermarsi troppo sulla spiegazione delle regole di ciascuna sfida. Di conseguenza, il tempo guadagnato viene usato per approfondire le storie dei singoli personaggi: il loro passato, gli obiettivi, le emozioni contrastanti che provano durante le sfide e nei momenti di pausa dal gioco.

C’è il protagonista principale, Seong Gi-hun (Lee Jung-jae), un quasi cinquantenne disoccupato e con una dipendenza dalle scommesse che viene disprezzato dalla sua stessa famiglia, ma all’interno del gioco si distingue per onestà e onore. Ma ci sono anche una giovane dissidente nordcoreana separata dalla sua famiglia da un sistema che lucra sui migranti; un uomo d’affari che fatica a confessare alla madre il suo fallimento finanziario; un profugo pachistano vessato e non pagato dal suo datore di lavoro; un anziano malato in cerca di paradossale spensieratezza, che diventa un po’ il nonno del gruppo.

Ognuno di loro ha problemi e lati umani che lasciano spazio all’identificazione. Non troppo, però: provenienza, tratti somatici e disturbi sono una specie di involucro protettivo per chi guarda. Ciò consente di tenere i personaggi a una certa distanza e godersi la serie senza troppo pensare alla propria esistenza.

Il resto poi lo fa l’estetica. Squid Game è fatta di immagini sature, manieristiche, splatter. Non c’è tempo per la sofferenza e la gravosità della morte: spari e cadute nel vuoto sono accompagnati da melodie leggere (si parte con Fly Me To the Moon di Frank Sinatra); e una volta concluse le sfide si procede subito a ripulire gli schizzi di sangue, per riportare le pareti pastellose, la grande camerata, il parco giochi dalle misure adulte al candore originale.

L’infanzia e la morte

Squid Game è infatti un continuo oscillare tra poli opposti, tra lati discordanti della persona umana. Il filo principale unisce i due estremi della vita: da una parte c’è l’infanzia e dall’altro la morte. La serie replica l’incessante avanti e indietro tra i ricordi e le aspettative sul futuro che caratterizza la nostra esistenza. I giochi che punteggiano la trama conducono alla nostalgia del passato, ma sono permeati dalla paura che prima o poi arrivi la fine. La quale, oltre che fisica e brutale, è anche metaforica. Fin da bambini, la fine del gioco e della spensieratezza viene associata al dover crescere. Non stupisce quindi che i personaggi della serie, bloccati nella vita esterna, cerchino una via infantile per far fronte a responsabilità adulte. E non stupisce nemmeno che, ottenuta la possibilità di abbandonare il gioco, quasi tutti scelgano di tornare poco dopo.

Fuori di lì, dice qualcuno, la vita reale non è certo meno infernale: i concorrenti di Squid Game sono emarginati, discriminati, non visti. Per loro «le umiliazioni quotidiane dovute alla povertà sono un destino peggiore del rischiare la morte,» ha scritto l’Atlantic. Le sfide della serie rappresentano invece un mondo alternativo basato sull’equità e sul fair play. «Nel gioco tutti i partecipanti sono uguali,» spiega uno degli inquietanti supervisori mascherati in un episodio. «Noi stiamo dando a persone che hanno subito un trattamento impari e discriminazioni nel mondo esterno l’ultima occasione di vincere una competizione leale». L’identità e i debiti precenti vengono quindi azzerati: si parte dalle stesse tute verdi e bianche numerate, e ci si sfida ad armi pari. Bisogna tuttavia appettare poco per vedere i primi inganni e disparità emergere.

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La lotta di classe

La patina di parità che riveste Squid Game è fuorviante tanto per i concorrenti, quanto per il pubblico. Esattamente come nella vita reale – George Orwell e La fattoria degli animali insegnavano già oltre settant’anni fa – all’interno del gruppo si formano presto le stesse gerarchie e dinamiche sociali vissute all’esterno dai personaggi. All’occorrenza i giocatori mentono e barano, formano alleanze stragiche, emarginano donne e anziani, sono pronti a tradire i propri amici e se necessario a ucciderli.

Squid Game è infatti un’allegoria della stressante iper-competitività radicata nella società sudcoreana. «Abbiamo 50 milioni di persone in un posto piccolo,» ha spiegato a Variety il regista Hwang Dong-hyuk. «E, tagliati fuori dal continente asiatico dalla Corea del Nord, abbiamo una metalità da isola. Parte dello stress è portato dal fatto che ci stiamo sempre preparando per la prossima crisi. Per certi versi è motivante. Ci aiuta a chiederci cos’altro di più potremmo fare. Ma una simile competitività ha anche effetti collaterali». Questo ha portato negli anni a un crescente divario economico tra classi sociali, che nel cinema e nella serialità sudcoreana costituisce un filone a sé stante. Il film Parasite ne è forse il rappresentante più noto e premiato, a cui peraltro Squid Game è stata associata da molti.

Quello della lotta di classe e delle ansie che ne derivano è però un argomento di risonanza globale. Parecchi spettatori, specialmente i più giovani, si riconoscono nella disillusione dei personaggi della serie. Attraverso le loro storie vedono rappresentati la propria alienazione, lo scontento e l’idea che, per quanto si lavori sodo, non sempre sia possibile concretizzare i propri obiettivi e raggiungere un livello di vita soddisfacente. Si tratta di un tema che è diventato ancora più attuale con la recente pandemia. Secondo Monica Tan, giornalista del Guardian, parte del successo di Squid Game sarebbe dovuto anche al suo tempismo perfetto. La serie riflette le preoccupazioni economiche causate o acuite dal coronavirus, ma anche l’ansia di tornare alla competitività lavorativa precedente, con il graduale ristabilirsi di una vita pressoché normale.

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L’homo economicus

In buona sostanza, Squid Game sembrerebbe raccontare un mondo dove la capacità economica di un individuo vale più dei suoi diritti fondamentali. «Riguarda l’Homo economicus, più che l’Homo sapiens: queste persone pensano solo al denaro,» ha osservato la professoressa Sung-Ae Lee, esperta di cinema e televisione coreani della Macquarie University di Sidney, in Australia. «Viviamo in un’epoca in cui le persone seguono un’idelogia neoliberale senza nemmeno saperlo, quindi credo che gli spettatori si identifichino nella storia».

Un’altra componente dell’attrattiva di Squid Game, insomma, starebbe nel guardare i concorrenti cedere ai propri istinti più animaleschi per accaparrarsi del denaro. (Nella serie ogni concorrente vale cento milioni di won coreani: per ogni eliminazione, quella somma finisce direttamente nel premio finale). Soprattutto se si considera l’ironia che, adulti e disperati, lo facciano partecipando a giochi per bambini. In questo senso, i set labirintici, i colori pastello e le tute verdi sporchi di schizzi di sangue, rappresentano la maniera perversa in cui le sofferenze sono spesso spettacolarizzate dai media. Qualcuno ha rivisto in Squid Game un principio simile a quei giochi comici televisivi giapponesi, molto in voga qualche decennio fa, dove si rideva delle cadute spesso umilianti e dolorose dei concorrenti.

Questo aspetto della serie innesca negli spettatori due sentimenti opposti (lo avevamo detto, che Squid Game oscilla in continuazione tra gli estremi della persona umana). Da un lato, la perdita di civiltà e di dignità dei giocatori dà al pubblico un certo senso di superiorità. Dall’altro, il loro ricorrere a qualsiasi mezzo pur di vincere è catartico: consente di sfogare attraverso la storia impulsi che nella vita quotidiana sopprimiamo per buona condotta sociale e rispetto dell’altro.

C’è però anche un punto più positivo che può spiegare il successo di Squid Game: l’importanza del gruppo e dei legami sociali. I concorrenti non sono indebitati a livello soltanto economico; man mano che il gioco avanza, alcuni di loro si rendono conto di avere una responsabilità nel determinare la salvezza degli altri, e viceversa. I legami che si formano nel corso della serie derivano certo dalla necessità, ma non tutti sono puramente transazionali. Il che rivela un messaggio più profondo: per raggiungere il successo e la salvezza individuali, il sostegno e talvolta anche il sacrificio di chi ci circonda sono cruciali.

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I meriti di Netflix

Non c’è dubbio, dunque, che la struttura semplice ed emozionale di Squid Game abbia contributo a far presa su milioni di spettatori. Il motore della sua rapida diffusione, risiede tuttavia nella strategia di mercato Netflix. Per la piattaforma – che è relativamente giovane e non affiliata a grandi conglomerati televisivi – avere una base di abbonati più ampia possibile è fondamentale. Ciò significa fare in modo che i suoi contenuti siano accessibili, significativi e comprensibili per gli spettatori di tutto il mondo.

Netflix ha raggiunto questo obiettivo soprattutto in due modi. Il primo è la produzione di storie che, al di là delle loro specificità culturali, trattano temi di risonanza globale. Il secondo è invece la disponibilità di film e serie tv in tantissime lingue diverse. Al momento del loro rilascio, gran parte dei contenuti di Netflix sono già sottotitolati e doppiati in oltre trenta lingue. Si spiega perché così tante persone abbiano guardato Squid Game in pochi giorni, soprendendo anche Netflix stessa.

Certo, bisogna sempre considerare che i dati di visualizzazione dei contenuti di Netflix sono affidabili solo in parte. Le rilevazioni sono effettuate e rilasciate dall’azienda stessa, senza possibilità di verifica esterna. Nel caso di Squid Game il successo è però valutabile osservando una serie di fattori.

I principali arrivano da Parrot Analytics, una società che ha sviluppato un metodo per quantificare il successo di film e serie tv raccogliendo dati sulla loro circolazione online, dalle ricerche su Google ai download sui siti pirata. L’indice di richiesta globale di Squid Game è di circa 79 volte superiore alla media delle altre serie tv. A ciò si aggiunge l’algoritmo di Google, che dà ormai per scontato che qualsiasi cifra numerica venga digitata per averne la conversione in won coreani. O ancora il comparire tempestivo – per ora solo nei negozi online – di costumi di Halloween legati alla serie.

Tutti risultati insoliti non solo perché Squid Game non è una serie tv anglofona. Ma anche e soprattutto perché è il frutto di un’idea originale, in un’epoca televisiva che propone compulsivamente reboot e adattamenti di opere già conosciute.

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