Serie TV

Il valore instabile di ‘Il nome della rosa’

 Nella lista ormai chilometrica delle cose in grado di provocare scismi profondi nell’opinionismo all’italiana, Il nome della rosa si è sempre riservato un posto sicuro. Il romanzo in cui Umberto Eco ha stratificato buona parte dello scibile storico, filosofico, teologico, plasmandolo nella forma digeribile del giallo, è infatti da quasi quarant’anni oggetto di appassionate divisioni. C’è chi l’ha letto, riletto e ne decanta il pregio culturale. E c’è chi invece, a poche pagine dall’inizio, ha alzato bandiera bianca di fronte allo sfoggio ridondante di sapere enciclopedico.

Chi scrive, ad esempio, confessa di non averlo letto. O meglio, di averne letto i primi capitoli, per poi riporlo nella parte di libreria destinata ai libri da finire. Così, essenzialmente per puro trionfo del procrastinare. Perché per gusto personale la storia del frate Guglielmo da Baskerville e del fedele novizio Adso da Melk – Sherlock Holmes e dottor Watson medievali chiamati a indagare su una scia di morti misteriose in uno sperduto monastero benedettino – avvince abbastanza, ma richiede la giusta attenzione per farsi leggere.

Il nome della rosa-serie tv-2019
Rupert Everett, Michael Emerson, John Turturro e Damian Hardung
Questo per dire che il commento alla trasposizione televisiva al momento in onda eviterà confronti con lo scritto e pure con il film del 1986. Esercizio il più delle volte poco utile, bisogna dirlo. Perché ogni forma di narrazione ha il diritto di applicare le formule che meglio le appartengono e di prendersi – con le dovute misure – le libertà necessarie a funzionare.

Vista l’entità dell’opera, il compito per Rai Fiction (con 11 Marzo Film, Palomar e la tedesca Tele München) non era affatto facile sotto diversi aspetti. L’adattamento ideale avrebbe dovuto rispettare le molteplicità culturali e di genere del romanzo, semplificandone il linguaggio dove possibile e rendendosi appetibile per forma e scrittura all’epoca d’oro della serialità. Lavoro delicato, insomma. La cui rischiosità traspare dal cauto dosaggio dei diversi ingredienti per mano di Andrea Porporati, Giacomo Battiato (anche regista) e John Turturro (anche protagonista).

La riuscita del risultato ibrido, tuttavia, dipende dal significato che gli si vuole attribuire.

Per gli standard nostrani, Il nome della rosa è serie tv assai pregevole. Sontuosa nella ricostruzione scenografica, evocativa nel buio freddo-caldo della fotografia, scaltra nell’assortimento di un cast vario per passaporto e curriculum. Vantaggio della co-produzione internazionale, ovvero, nella quale il servizio pubblico sembra aver trovato la chiave per mantenere buona qualità e ritmi produttivi costanti, e rassicurare tanto gli irriducibili dello sceneggiato quanto la generazione Trono di Spade.

Il nome della rosa-serie tv-2019
RaiPlay

Epperò, guardando al respiro più ampio, qualcosa pare frenarla dall’elevarsi al livello di altri titoli simili. Oltre a qualche interpretazione enfatica di troppo – che fa rimpiombare nella fiction – Il nome della rosa fatica a trovare fluidità tra la componente thriller, l’aderenza ai discorsi filosofici del romanzo e i fili narrativi inediti – ampliati per l’occasione – finendo per rallentare e sacrificare l’intensità della suspense. Nel cercare una valida ragione per proseguire ci si aggrappa così a John Turturro, al volto empatico del suo Guglielmo da Baskerville e ai suoi motti di spirito sempre più sciolti di episodio in episodio. Nell’attesa dei quali, purtroppo, una cospicua percentuale di telespettatori si è comprensibilmente già defilata.

Un elemento incoraggiante, comunque, c’è. Il nome della rosa è valido percorso alternativo per comprendere l’opera di Umberto Eco (che peraltro di televisione s’occupò, e pure molto) ed eventualmente riavvicinarcisi. Funzione da servizio pubblico che finalmente ha ritrovato valore, basta guardare le classifiche dei libri più venduti ultimamente per accorgersene. Una sorta di secondo “effetto Ferrante” – seppur più contenuto – che di certo in questo caso ci si aspettava meno.

E si fosse rinunciato alla barbarie del doppiaggio, lasciando le redini del ritmo alla babele armoniosa di cadenze, sarebbe stata anche più efficace.

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