Lasciatevi sedurre da “Dept. Q”
Piccola postilla prima di iniziare: questa recensione si basa su primi sei dei nove episodi di “Dept. Q”.
Di thriller da due sere e via sono ormai pieni i cataloghi streaming. Ogni settimana ne escono di nuovi, si somigliano tutti, e inanellano eventi – spesso ripetitivi – che corrono svelti verso finali inconsistenti. Anche perché a confezionarli sono le regole dell’algoritmo, e guai a sgarrare dalla ripetitività rassicurante. Di conseguenza, chiuso un weekend, l’adrenalina si dissolve subito ed è già tanto se dei personaggi ci si ricorda i connotati.
Dept. Q non rientra nella categoria: lei è fatta per restare. O almeno, lo si spera. Perché la saga danese da cui è tratta – I casi della Sezione Q, di Jussi Adler-Olsen – ha prodotto finora dieci libri. E perché quello di Chandni Lakhani e Scott Frank (che per Netflix aveva già fatto centro con La regina degli scacchi) è un adattamento che di scorrere rapido se ne infischia, fosse anche solo per il gusto di tenerci a contatto con una frustrazione che non siamo più capaci a tollerare.
Più o meno lo stesso spirito di sfida che circola lungo i nervi di Carl Morck (Matthew Goode), uno di quei detective stropicciati, con una certa propensione a fare l’esatto contrario di quel che dicono gli altri, non importa sia consapevole abbiano ragione. Per lui mettere in difficoltà chiunque tenti un approccio, infilzarlo con risposte corrosive, pare quasi un divertimento. Ancor più da quando un agguato lo ha lasciato agonizzante su una scena del crimine, uccidendo un poliziotto giovanissimo e procurando una paralisi al suo partner. L’arroganza gli serve per nascondere il senso di colpa, per evitare che qualcuno s’avvicini alla sua sofferenza.

Per toglierselo finalmente dai piedi, al suo ritorno l’aspra comandante Moira Jacobson (Kate Dickie) lo premia spendendolo in un seminterrato dismesso della polizia di Edimburgo, a gestire un nuovo dipartimento formato solo da lui, con il compito pretestuoso di risolvere vecchi casi ormai dimenticati (Sezione casi irrisolti è il sottotitolo italiano). Ma al suo fianco, per disperazione personale, si forma presto una squadra di emarginati in cerca di un’occupazione: un quieto ex poliziotto siriano, un’estrosa collega confinata al lavoro d’ufficio per problemi di salute mentale, l’ex partner che contribuisce da un letto di ospedale. E dal loro primo caso, quello di un’ambiziosa avvocata svanita nel nulla quattro anni prima, iniziano a emergere dettagli inquietanti e tracce di corruzione. (Se avete notato parecchi punti in comune con Slow Horses, meglio spegnere sul nascere i sospetti: i libri di Adler-Olsen sono usciti prima di quelli di Mick Herron).
Nel rivelare in parallelo di chi Morck fosse il bersaglio e cosa ci sia dietro il caso archiviato, Dept. Q procede fluida e decisa, anche se non perfetta: il giallo è fin troppo articolato, le svolte non sempre vanno a segno e qualche episodio eccede in lunghezza. A differenza di altri thriller, però, non sembra stia prendendo tempo nella ricerca di una direzione. Il suo è più un bruciare lento, con la sicurezza di chi sa come ripagare la pazienza iniziale.

Non che serva molto, in realtà, per darle fiducia. Il ritmo rilassato è l’occasione per godersi Matthew Goode in un ruolo che finalmente non preveda completi incravattati, viso pulito e residenza in qualche secolo passato. L’ispettore Morck si veste come capita, ha barba incolta e fili bianchi tra i capelli, esige l’ultima parola – con sarcasmo mirabile, ma sfiancante – e per questo si fa odiare più di quanto non concorra già l’essere un inglese in Scozia. Come tipico di molti noir nordici, Morck pare più in sintonia con il paesaggio che con i suoi abitanti. (La Edimburgo di Dept. Q è grigia e fredda, rivestita di un granito scuro che custodisce sofferenze e segreti). Ma lo sguardo astuto e morbido, quello resta il tratto più magnetico di Goode, perciò detestarlo è impossibile.
Come è impossibile non affezionarsi al resto dei tipi umani che interagiscono con lui con scambi verbali squisiti e sotto sotto affettuosi. Anche quelli meno presenti, dalla pungente psicologa che ha in cura Morck (Kelly Macdonald) al coinquilino filosofeggiante (Sanjeev Kohli). Tutti nascondono l’opposto di quel che vogliono apparire, e la serie offre il piacere di scoprirli pian piano. Così, quando superata la metà degli episodi l’intreccio si accende per davvero (e lì si ringrazia il binge watching), ci si è già convinti da un pezzo a seguire Dept. Q anche per le stagioni che verranno. Il giallo in sé, infatti, può anche essere mediocre, ma sono i personaggi a farti tornare.
“Dept. Q” è uscita il 29 maggio su Netflix. La prima stagione è composta da 9 episodi lunghi 42-71 minuti, tutti disponibili da subito.
Guarda il trailerImmagine di copertina: Apple TV+




