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E se fosse Netflix, a unire finalmente l’Europa?

Si dice che, anni dopo aver contribuito a fondare l’Unione Europea, il diplomatico francese Jean Monnet commentò: «Se dovessi rifare tutto da zero, comincerei dalla cultura». Non si sa se la paternità della frase sia davvero di Monnet oppure del sentimento di pessimismo che spesso emerge quando si parla di Europa unita. Ma il significato evidenzia una lacuna piuttosto concreta: al di là degli accordi politici ed economici, dei confini aperti, dell’Erasmus e della Champions League, i cittadini europei hanno sempre avuto davvero poco da spartire. Qualcosa sta cambiando, però. Perché negli ultimi tempi i servizi streaming, e soprattutto Netflix, sembrano aver creato un terreno di incontro e condivisione che potrebbe finalmente portare in Europa un senso di unione.

In passato, come oggi, i cittadini europei si sono raramente sentiti parte di una vera comunità. La ragione sta nella radicata frammentazione del continente europeo, che da secoli è diviso in tanti paesi che parlano lingue e hanno tradizioni così diverse, da rendere difficile anche ai media il compito di creare una cultura comune. Per intenderci, di rado gli europei hanno avuto occasioni per sedersi sul divano e condividere un evento televisivo nello stesso momento. Qualcuno ha indicato il calcio o l’Eurovision Song Contest come eccezioni positive. Ma per il resto la televisione è quasi sempre rimasta un affare strettamente nazionale.

Per buona parte della loro esistenza, i broadcaster europei hanno creato contenuti pensati esclusivamente per il pubblico del proprio paese. I programmi italiani erano cuciti su misura del pubblico italiano, quelli francesi avrebbero soddisfatto i gusti dei francesi. Così, mentre le serie tv americane si diffondevano nel mondo, forti del successo già ottenuto tra milioni di spettatori statunitensi, quelle europee potevano accontentarsi di far registrare ottimi ascolti sulla tv nazionale. Con la massima ambizione – nei casi più speciali, come quello del Commissario Montalbano – di finire sui teleschermi di qualche paese limitrofo.
Love 101 serie tv Netflix Europa
Netflix

La recente crescita dei servizi streaming sembra tuttavia aver innescato un cambiamento evidente. Le aziende come Netflix, Disney Plus o Amazon Prime hanno una visione ben più ampia e meno frammentata del territorio europeo. Di conseguenza la loro strategia «tratta l’Europa come un unico grande mercato, più che come 27 indipendenti,» ha scritto l’Economist. E infatti le loro serie tv vengono prodotte già con l’idea di proporle in tutti i paesi europei.

L’esempio meglio sviluppato è quello di Netflix. In Europa la piattaforma streaming conta oltre 58 milioni di abbonati e da qualche hanno ha messo in piedi una rete produttiva molto fruttuosa. In ogni singolo paese Netflix collabora con i produttori e le aziende televisive locali, per creare contenuti che siano vicini alla cultura dei loro spettatori. Tuttavia l’azienda tende a scegliere progetti che hanno una struttura comune e ben precisa, in modo da assicurarsi che abbiano successo anche nel resto del continente. Il caso delle serie tv per adolescenti spiega piuttosto bene questo meccanismo. Titoli come l’italiana Baby, la spagnola Élite, la turca Love 101 sembrano quasi spin-off reciproci, per quanto sono simili. Ma ognuna ha elementi culturali diversi (e più o meno piccoli) che la legano al paese da cui proviene.

Secondo l’Economist, Netflix ha saputo cogliere un aspetto che Umberto Eco anticipò anni fa: la lingua dell’Europa è la traduzione. In ogni paese – anche non europeo – in cui si addentra, Netflix è in grado di rendere disponibili in pochissimo tempo un’interfaccia e gran parte dei contenuti tradotti nella lingua locale. In questo modo ogni spettatore – anche il più restio a guardare film o serie tv straniere – ha la possibilità di trovarsi a proprio agio con la piattaforma. Che si preferisca il doppiaggio oppure l’uso dei sottotitoli, la scelta è tra oltre 34 lingue.

La casa di carta
Netflix
Si tratta di una svolta semplice, ma assai influente. Tanto che negli ultimi anni ha permesso alle serie tv di dare vita «a un linguaggio e un riferimento culturali comuni,» ha scritto Huffington Post. «Insomma, dopo decenni di tv localistica, lo streaming sta creando un dialogo fitto e condiviso.» Non solo. Il rapido successo di Netflix in Europa è stato seguito da altri servizi streaming che ne hanno adottato la stessa strategia. Inoltre ha spinto i broadcaster locali a unirsi e collaborare a coproduzioni in grado di competere con quelle dei servizi streaming, mettendo a disposizione una mescolanza di risorse artistiche ed economiche che può elevare la qualità dei prodotti finali. Senza la concorrenza di Netflix, non avremmo probabilmente assistito alla nascita della cosiddetta Alleanza dei servizi pubblici europei.

Certo, bisogna considerare che molti dei cambiamenti in atto non sono dovuti del tutto alla volontà dei servizi streaming. Se in Europa Netflix ha al momento in produzione circa 100 titoli tra serie, documentari e programmi, e Disney Plus ha appena annunciato almeno una decina di progetti, è anche per obbligo dell’Unione Europea. Per poter operare sul territorio europeo, infatti, i servizi streaming devono garantire che che almeno il 30% del loro catalogo sia stato prodotto nel continente.

Bisogna poi considerare che non tutti i generi hanno le stesse probabilità di avere successo al di fuori dei confini nazionali. I thriller o i drammi storici (specie se un po’ sanguinolenti, come la tedesca Barbari) sono spesso molto esportabili. Al contrario, le serie comiche fanno più fatica a farsi apprezzare in altre lingue, poiché fanno molta più leva su riferimenti culturali specifici. Sarà piuttosto curioso, ad esempio, vedere come Disney Plus deciderà di girare la quarta stagione di Boris. Ossia se la serie resterà una fedele parodia delle fiction italiane o se invece la sua comicità si allenterà per coinvolgere anche il pubblico straniero.

Lupin serie tv Netflix Europa
Netflix

Per questo motivo, nonostante l’opportunità di creare finalmente un continente culturalmente unito, i servizi streaming non sono amatissimi dall’Unione Europea. A livello politico sono ancora visti come una specie di minaccia. Il timore è che la cosiddetta “sovranità culturale” europea venga pian piano oscurata dalle nuove piattaforme americane. Per quanto nel processo di produzione vengano coinvolte risorse locali, infatti, sono pur sempre gli americani a decidere se una serie francese, belga o scandinava abbia le potenzialità per essere prodotta.

Il rischio prospettato dall’Unione Europea è di assistere al proliferare di serie tv molto simili tra loro. Le quali, per poter garantirsi un ampio successo, dimenticano un po’ di dare risalto alle specificità e alle tradizioni della cultura da cui provengono. Secondo Huffington Post «la creazione di una cultura comune europea, dunque, dipenderà dal grado di ‘libertà creativa’ e valorizzazione che sarà concessa alle produzioni locali».

Sulla questione, il parere dell’Economist è invece molto meno allarmista. «Un aspetto ironico dell’integrazione europea è che spesso sono le aziende americane a facilitarla,» ha spiegato in un articolo. In altre parole, se i giornali europei possono essere letti da tutti i cittadini del continente è anche grazie a Google Translate; e se una discussione politica riesce a trascendere i confini dei singoli paesi è per via dei social network americani. Il fatto che Netflix e le altre piattaforme distribuiscano le proprie serie su tutto il territorio europeo, non può quindi che creare un senso di condivisione che all’Europa è sempre mancato.

Infine, dal punto di vista economico e artistico, l’origine americana dei servizi streaming può essere un enorme vantaggio. Sempre più serie tv prodotte in Europa hanno ormai la possibilità di farsi conoscere oltreoceano e diventare successi globali. La spagnola La casa di carta o la francese Lupin ne sono una dimostrazione concreta. Inoltre, stando a una ricerca di Ampere Analysis, lo stesso catalogo del Netflix statunitense sta cambiando. Se fino a poco tempo fa era composto per il 75% da serie prodotte in America, adesso la percentuale si è ridotta al 50%. Il risultato è che una serie piccolissima come il poliziesco Capitani, può essere ora seguita da spettatori italiani, islandesi, tedeschi o addirittura dai diffidenti americani. E questo nonostante sia recitata in lussemburghese: una lingua così minuscola da non essere neppure riconosciuta dall’Unione Europea.

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