“Stranger Things” si è presa il nostro cuore, nonostante tutto
Piccola postilla prima di iniziare: questa recensione si basa su tutti gli otto episodi di “Stranger Things 5”.
Ci eravamo preparati al peggio. Alle morti scioccanti, alle storie inconcludenti, ai personaggi trascurati, alla delusione che spesso sancisce il declino delle grandi serie. E invece, alla fine, Stranger Things ci ha spiazzato per tutt’altro motivo.
Meglio dirsi subito la verità: avremmo preferito di gran lunga una chiusura disastrosa. Perché quando certe storie finiscono, l’addio ha molte più implicazioni emotive del dovuto. Se ci fanno arrabbiare, è più facile lasciarle andare, dirsi che non era più cosa, che la passione si era spenta già da un pezzo.
Quella di Stranger Things non era solo la fine di una serie, ma di un decennio in cui un sacco di cose sono cambiate. Con le sue infantili fantasie di scomparse misteriose, realtà parallele, furgoni volanti, legami di amicizia capaci di vincere sulle più corrotte forme del male, ci ha iniziati al binge watching intenso (certo, prima di lei ci sono state House of Cards e Orange Is the New Black, ma non erano serie per tutti), ci ha offerto un rifugio in un passato sicuro mentre il mondo assumeva sembianze spaventose, ha creato una storia universale, da cui nessuno potesse sentirsi escluso. Vederla avvicinarsi lentamente al suo epilogo, insomma, significava anche prepararsi a lasciarsi alle spalle un pezzo di vita.

Le prime due parti della quinta stagione erano sembrate poter rendere ben più semplice il passaggio. Dai tempi d’attesa sfiancanti alla crescita ormai stonata dei protagonisti più giovani, dall’evoluzione fin troppo digitale a qualche incongruenza narrativa, i nuovi episodi avevano fatto pensare che il gran finale non avrebbe potuto essere altro che mediocre. Ma ci si sbagliava, eccome.
Il lunghissimo episodio che si credeva sarebbe servito a trascinare una storia ormai stanca, i fratelli Duffer lo hanno maneggiato con precisione, intelligenza e una cura affettuosa ormai rara di questi tempi. Chiusa la pratica degli intrecci fantascientifici in modo piuttosto lineare (di sicuro più delle cervellotiche teorie circolate per il web), si sono presi oltre quaranta minuti per mettere a posto tutto, dando a ogni personaggio il giusto spazio e una degna, autentica conclusione: i grandi verso una tranquilla seconda vita, i giovani adulti in cerca di un posto nel mondo, i piccoli malinconicamente pronti a lasciare il posto alle nuove generazioni, e Steve Harrington – il preferito – destinato a un’esistenza più normale di quanto avesse immaginato, ma l’unica davvero compiuta.
E dire che, non fossimo troppo spesso viziati dal cinismo, avremmo potuto decifrarlo. Se c’è infatti una cosa a cui, in tutti questi anni, i Duffer sono rimasti fedeli è cercare sempre il buono. Raramente Stranger Things ci ha strapazzato con morti strazianti o il trionfare dei mostri; come altrettanto raramente ha lasciato indietro qualcuno dei suoi personaggi. E quando è capitato, si è sempre ricordata di restituire giustizia al momento opportuno. Lo ha fatto ridando linfa all’ingenuo ottimismo dell’infanzia, a quella capacità di sorprendersi, credere nell’impossibile e cercare il lieto fine, che pensavamo fosse rimasta cristallizzata nei film degli anni Ottanta. Perché sì, il suo tema centrale si è rivelato essere la necessità, prima o poi, di distaccarsi dal passato per poter diventare adulti. Ma il messaggio più profondo è che diventiamo adulti davvero completi solo tenendo in vita, dentro di noi, i bambini che siamo stati.

Stranger Things non si è mai vergognata d’essere una buona, e nel suo finale lo ha ribadito con ancora più forza, ammutolendo chi se ne stava lì pronto a captarne ogni passo falso. Quello che ai Duffer interessava, infatti, non era tanto la perfezione narrativa, quanto la chiusura emotiva del cerchio.
Il brusio che da giorni tenta imperterrito di scovare buchi di trama, rimarcando scettico l’improbabilità di certi passaggi, manca il punto. Forse, però, è un modo per tenersi aggrappati alla serie finché possibile. Quando ne arriverà, del resto, un’altra in grado di sospendere per un attimo il tempo, di far sentire una morsa allo stomaco anche ai non fan del genere, accennando un paio di note elettroniche? Potrà esserci un’altra storia così potente da unirci e riunirci tutti davanti allo stesso schermo, in un’epoca sempre più frammentata?
O forse, il sarcasmo è l’unico scudo per uscire non troppo acciaccati da quell’amorevole procastinare conclusivo con cui i Duffer hanno provato ad attutire a noi – ma anche a sé stessi – l’addio, rendendolo tuttavia più difficile. Nell’ultimo atto, si è rivisto quello che Stranger Things ha sempre saputo fare meglio e ci siamo ricordati perché l’abbiamo amata.
“Stranger Things 5” si è conclusa l’1 gennaio ed è composta da 8 episodi lunghi 57-128 minuti.
Immagine di copertina: Netflix






