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Il cerchio piatto della nuova ‘True Detective’

Prima di procedere a qualsiasi considerazione, urge una piccola, doverosa autodenuncia. Di True Detective chi scrive ha apprezzato tutto: il misticismo sporco della prima stagione, come la complessità corrotta della seconda. Senza per forza propendere verso l’uno piuttosto che l’altra. Perché trattasi di due racconti profondamente distinti, dediti con egual impegno – ma espedienti diversi – a cavare emozioni dalle fredde vene di chi si credeva ormai immune agli sforzi espressivi del crime.

Sono in pochi, però, a pensarla così. Nonostante l’affezione per il poliziotto redento Colin Farrell. Nonostante il danno del consegnarlo a morte pur eroica e la beffa di un sms di addio che – mannaggia ai cellulari che non prendono mai quando non li si impugna per autoscatti selvaggi – l’amato figliastro non riceverà mai. Da quel colpo ancora ci si deve rianimare, ma per i più, l’eccellenza di True Detective vive solo dei brividi sollevati da Matthew McConaughey e Woody Harrelson alla scoperta degli orrori raccapriccianti della pedofilia satanista.

Cosicché, oltre a custode dell’eredità sacra di Twin Peaks e ispiratrice della rivoluzione filmica della tv, la serie può elevarsi anche a causa dello scisma più profondo del fronte serialista in ragionevoli estimatori dell’intera antologia e conservatori puristi dell’opera prima. Al ricatto – più feroce – di questi ultimi l’ideatore Nic Pizzolatto ha dovuto cedere per poter dare nuovi sfoghi alla propria fantasia.

“Hai lo script di una terza stagione nel cassetto? Ottimo. Ma non azzardarti a estrarlo se non onora le origini del racconto.”

True Detective 3 Mahershala Ali
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Ebbene, True Detective si è appena riaffacciata (o sta per riaffacciarsi, per i non folli che stanotte hanno ragionevolmente dormito) al piccolo schermo. E ha tutta l’aria di aver sacrificato l’estro creativo nel nome del ritorno alle proprie radici.

Le prime due ore di racconto (qui il trailer), infatti, paiono un ben assestato dejà vu: una coppia di detective sulle tracce inquietanti di una sparizione. Questa volta, però, bisogna scandagliare i campi legnosi dell’altopiano d’Ozark (tra Missouri, Arkansas, Oklahoma e Kansas), non più le paludi melmose della Louisiana. Mentre sui sedili del burbero Marty Hart e dell’asceta Rust Cohle, si accomodano ora Roland West (Stephen Dorff) e Wayne Hays (Mahershala Ali), il poeta “femminista” (“Se [le donne] vogliono vendermi un pezzo di culo, ne hanno il diritto”) e il “romantico” pacioso.

È il 7 novembre 1980, Steve McQueen è morto e due fratelli preadolescenti svaniscono nel nulla. La regia di Jeremy Saulnier (pur meno autocompiaciuta di quella di Cary Fukunaga) si prende tutto il tempo per seguirne il cigolio delle biciclette e inquadrare per le strade i volti sospetti. Il trio di teenager metallari sul maggiolone viola, il nativo americano che raccoglie spazzatura, il padre disperato, la madre sbandata, lo zio misterioso. “La regola generale è che tutti mentono” è il dogma di Wayne e nella lentezza dei primi dettagli si tenta di smuovere le paure ancestrali.

Perché il cercare un omicida qualunque è ben diverso dal fiutare la presenza dell’uomo nero che, per giunta, dietro di sé lascia simboli esoterici. E perché se di mezzo ci sono i bambini (specie quelli che ricordano l’innocenza di Stranger Things) le certezze si lasciano divorare.

True Detective 3 serie tv
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Il non sentirsi al sicuro – mancante alla stagione precedente – torna quindi a insinuarsi assieme al rarefarsi delle atmosfere, alla decadenza, al moltiplicarsi della linea temporale, ora triplicata.

Passano dieci anni e Wayne viene costretto a tornare sul caso. Ne passano altri venticinque e, a dispetto dell’Alzheimer che avanza, lo si segue rielaborare i ricordi in un’intervista per un true crime show.

I nuovi archi narrativi, insomma, sono un calco ben cesellato della prima True Detective per mano della triplice interpretazione di un protagonista in continua ascesa. Mahershala Ali è il giovane, l’adulto e il vecchio, fa sfoggio della propria malleabilità ed è al momento l’unico vero preziosismo della serie.

True Detective non è tornata grande. True Detective è tornata semplicemente come in principio era. E nel farlo, si è privata dell’arricchente esplorazione di nuove possibilità.

Un procedural di alta qualità, che raccoglie al rallentatore una briciola dopo l’altra nel crescendo dell’angoscia. Il compimento perfetto dell’adagio del buon Rust Cohle, ovvero, per cui “il tempo è un cerchio piatto” e “ogni cosa che abbiamo fatto o che faremo, la faremo ancora e ancora e ancora…”

I puristi se ne delizieranno.

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