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“Fleishman a pezzi” e la crisi dei quarant’anni

Toby Fleishman ha quarantuno anni e un’esistenza così sottosopra che, quando lo si incontra per la prima volta, le punte dei grattacieli di Manhattan guardano verso il basso. D’altronde, per un tizio la cui idea di dignità adulta includeva un buon lavoro da epatologo e una famiglia felice, non è mica facile trovarsi reduce da un divorzio piuttosto rancoroso, seduto in un appartamento alquanto triste, a spolliciare con impacciata compulsione sulle app di incontri.

Fleishman a pezzi, la miniserie scritta da Taffy Brodesser-Akner e tratta da un suo stesso romanzo, parte da qui per poi capovolgere il mondo di Toby più e più volte. Proprio quando la sua nuova vita inizia ad apparirgli dritta, infatti, le cose precipitano ulteriormente: la sua ex moglie, Rachel, un’agente teatrale di successo, scompare senza lasciare traccia di sé, non prima di aver parcheggiato i figli preadolescenti nel suo squallido soggiorno per un tempo indeterminato.

Per Toby inizia così un’affannosa (e caldissima) estate durante la quale tocca capire come tenere insieme e far combaciare le sue diverse parti: c’è da mostrarsi performanti per ottenere un’importante promozione ospedaliera, prendersi cura dei figli non felicissimi di stare con lui, e rinvigorire la propria autostima soddifacendo le numerose conoscenze femminili incontrate online, da quelle che gli raccontano fantasie al telefono a quelle che bussano alla sua porta in impermeabile e lingerie.

Fosse davvero una riproposizione moderna del Lamento di Portnoy o di quel grande film di Woody Allen che il titolo italiano cita furbescamente (l’originale è Fleishman Is in Trouble), a questo punto Fleishman a pezzi avvierebbe una sfilza di causticissime riflessioni esistenziali, servendosi delle nevrosi e degli imbarazzi del suo protagonista. Ma, per quanto le ansie logorriche e l’inettitudine comicamente ebraica di Toby Fleishman potrebbero essere opera di Philip Roth o della mente alleniana (non è un caso che a interpretarlo sia Jesse Eisenberg), la serie approccia la crisi dei quarant’anni in maniera ben più didascalica, seguendo il bisogno di rivelare vulnerabilità e scoperchiare traumi tipico di questo tempo.

Fleishman a pezzi è la storia di come Toby Fleishman, indagando e rimuginando sulla scomparsa della moglie, debba elaborare l’idea che la vita e il matrimonio che si era immaginato (o che la sua famiglia ebrea aveva immaginato per lui) si siano frantumati. Ma presto diventa anche la storia di Seth e Libby, gli amici di università ricontattati su consiglio terapeutico e non casualmente altrettanto in crisi. Lui (Adam Brody, sempre troppo sottoutilizzato) è uno di quegli incravattati che inseguono una gioventù eterna. Lei (Lizzy Caplan, nonché alter ego della scrittrice Brodesser-Akner) è un’ex giornalista che, impantanatasi nella scrittura di un libro, ascolta con famelica curiosità le vicissitudini di Toby, per poi narrarle con voce meccanica agli spettatori.

Poi, negli ultimi episodi, Fleishman a pezzi rovescia ancora il suo mondo per diventare anche la storia di Rachel (Claire Danes, presenza forte ed evanescente), della sua rabbia vestita di perfezione, del suo ingabbiarsi in un ceto sociale che non le appartiene, della sua poca propensione alla maternità convenzionale, dei motivi dietro la scelta di piantare in asso il marito, dopo quindici e più anni di dissidi coniugali su privilegi e carboidrati.

Perché il fatto è che, mentre Fleishman a pezzi procede, ci si affeziona a tutti meno che a Toby. Ognuno, con il suo sofferto fantasticare sull’esistenza che avrebbe voluto e sul grigiore in cui è finito, con il suo chiedersi come sia diventato adulto senza nemmeno accorgersene, porta la serie a toccare emozioni molteplici e non banali. Quando il protagonista non li soffoca con il suo egotico sproloquiare.

“Fleishman a pezzi” è disponibile su Disney Plus ed è composta da 8 episodi lunghi 43-67 minuti.

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